Petrolio in Venezuela: i sogni son desideri

Nuovo giro di valzer per il gigante sudamericano del petrolio, il Venezuela. La maretta politica increspa la superficie, con un teatro di personaggi che per certi versi mi ricordano i più insipienti e disonesti politici europei. Questa però è solo la superficie: le torbide acque nascondono cose ben più rilevanti del “socialismo” o del “liberalismo”. Gli idrocarburi appunto: le riserve dei venezuelani sarebbero le maggiori al mondo, comunque confrontabili in dimensione a quelle vantate da altri attori fondamentali come i sauditi. L’interesse di tanti Paesi stranieri, manifestato anche come ingerenza plateale negli affari interni dei venezuelani, nasconde ovviamente il desiderio – comprensibile – di guadagnare qualcosa. Se sotto ai piedi ti ritrovi simili tesori minerari, come minimo ti ritroverai a dormire sonni agitati. Vediamo un po com’è andata con il petrolio negli ultimi decenni, appoggiandoci al comodo atlante BP.

Produzione produzioni production petrolio crude oil greggio barili tonnellate bbl tonnes consumo consumi consumption esportazioni exportProduzione e consumo di petrolio in Venezuela, milioni di t/anno. Fonte: BP.

Le produzioni di idrocarburi in Venezuela hanno una storia lunga e complessa. Di solito si parla solo di petrolio, ma c’è anche una importante quantità di gas naturale in gioco, sostanzialmente consumata in loco. Per ottenere valuta estera però i venezuelani fanno una sola cosa: esportano petrolio greggio, ed in parte provvedono anche alla raffinazione. L’epoca d’oro si situa, come per molti altri attori, negli anni ’60: 180 – 190 milioni di tonnellate annue di prodotto, quasi totalmente esportato. Negli anni ’70 inizia una crisi profonda; per vedere una inversione di tendenza occorrerà attendere fino agli anni ’90: nel frattempo però le cose sono cambiate, i consumi interni sono cresciuti. Se consumi di più, esporti di meno. E così, tra consumi interni e produzioni in discesa, arriviamo alla situazione di oggi: le esportazioni sono limitate, e nel 2018 forse risulteranno scarse quanto lo erano a metà anni ’80. In un ambiente di prezzi relativamente bassi, questo significa che i danari scarseggiano a Caracas.

In questo contesto, viene da chiedersi cosa stiano facendo le autorità del Venezuela per fronteggiare il problema. Voi cosa fareste? Non so voi, ma a Caracas ritengono che la strategia giusta sia regalare la benzina. No, non state sognando: questo non è uno scherzo. Se ad esempio considerate il gasolio – via IndexMundi – noterete subito che il prezzo alla pompa praticato dai venezuelani è il più basso al mondo: nel 2014 si stimava attorno 0,01 $/litro, fatti i conti con i tassi di cambio. Per la stessa benzina siamo all’incirca al medesimo livello, e la differenza di costo tra i due prodotti svanisce negli arrotondamenti. Questo, come ovvio, innesca anche un certo grado di contrabbando con i Paesi confinanti, tutti caratterizzati da prezzi alla pompa più elevati. Spesso ci sentiamo raccontare che i vari governi venezuelani degli ultimi decenni abbiano speso molto per l’esercito, per garantirsi stabilità. La verità è che il consenso, quei governi, lo hanno sempre comprato tramite elargizioni di carburanti. Indubbiamente la debolezza monetaria – eufemismo – amplifica il fenomeno, ma questo non cancella il problema: è una scelta deliberata, basata su considerazioni di carattere politico e sociale. Prezzare i carburanti in dollari, e praticare prezzi simili a quelli dei Paesi vicini metterebbe fuori gioco le famiglie e le aziende venezuelane; forse non ci sono alternative realistiche. E’ una trappola senza uscita apparente.

Riserve petrolio greggio idrocarburi crude oil Venezuela proved reserves miliardi di barili barrel prezzo prezzi dollari produzione productionRiserve e produzioni di petrolio in Venezuela, prezzi. Fonte: BP

Quando parliamo di petrolio, dobbiamo porci la domanda più ovvia: quanto ce n’è? In tema di riserve i venezuelani parrebbero ben piazzati, al primo posto nel mondo. A tutto il 2017, secondo BP, detenevano quasi il 18% di tutte le riserve di petrolio del pianeta. Più dei sauditi. Nella seconda immagine possiamo fare qualche confronto tra evoluzione delle riserve, produzione e prezzi. A catturare l’attenzione, in primis, è il balzo registrato a partire dal 2007: laddove si supponeva esistessero 80 – 90 miliardi di barili di greggio, improvvisamente ne sono apparsi più di 300. Tutti prontamente estraibili, a giudicare dalla dicitura “proved reserves” utilizzata dall’atlante statistico. La cosa non sembra produrre grosse discussioni: anche l’enciclopedia, con le sue innumerevoli fonti, accetta questi valori. Mi permetto di sottolineare che, tra i tanti enti che pubblicizzano questo dato, si ritrova perfino lo USGS statunitense. Nell’abstract di uno studio dedicato dell’Agenzia possiamo leggere che “… The U.S. Geological Survey estimated a mean volume of 513 billion barrels of technically recoverable heavy oil in the Orinoco Oil Belt Assessment Unit of the East Venezuela Basin Province; the range is 380 to 652 billion barrels. The Orinoco Oil Belt Assessment Unit thus contains one of the largest recoverable oil accumulations in the world….”. 500 miliardi di barili, dicono gli studiosi del governo USA. I 300 miliardi dichiarati ufficialmente non sembrano neanche tanti.

A pensar male si fa peccato, vero? Al crescere dei prezzi, il Venezuela reagiva aumentando la produzione. Lo ha fatto in modo inequivocabile nel 2004. Nel 2009, al calare dei prezzi, cadeva velocemente la produzione. Viene quindi da domandarsi come mai nell’intervallo 2011 – 2014, a fronte di quotazioni veramente stratosferiche, il Venezuela abbia reagito con una produzione di petrolio più bassa di un buon mezzo milione di barili / giorno rispetto a quel che si produceva alcuni anni prima. Parlare di quote per un Paese del genere è bizzarro: le difficoltà finanziarie sono un incentivo potente a non rispettarle affatto. Un’altra stranezza: il vertiginoso incremento delle riserve dichiarate coincide abbastanza bene con l’inizio del recente declino. Dopo quasi un decennio, tutte queste nuove scoperte non sembrano avere fornito nuove produzioni, anzi: la discesa pare ormai assumere i connotati di un tracollo, con i volumi estratti per il 2018 ad un minimo storico. Abbastanza strano, vista la dimensione e la maturità dell’industria petrolifera venezuelana e viste le riserve enormi di cui si parla.

Proviamo ora ad immaginare qualcosa di diverso: a quanto ammonta la produzione cumulata di petrolio in Venezuela? Storicamente, quanta risorsa è stata estratta? Il Paese era già un esportatore di livello globale negli anni ’20, stiamo parlando di una avventura industriale partita da lontano. Stando al resoconto dell’enciclopedia “… By 1940 Venezuela was the third largest producer of crude oil in the world with more than 27 million tonnes per year …”. Immaginiamo di prendere i grafici riassuntivi disponibili, e di tracciare una rozza spezzata a rappresentare la produzione ante 1965; il punto di partenza si può fissare arbitrariamente, in questo caso diciamo il 1915. Fatte tutte le dovute somme, nell’intervallo 1915 – 2017 il Venezuela ha prodotto circa 10,5 miliardi di tonnellate di petrolio; considerando le densità medie osservabili negli ultimi decenni, si tratta di circa 73 – 74 miliardi di barili. Spostare di molto il punto di partenza farebbe differenze modeste, essendo limitate le produzioni nel ramo iniziale dei diagrammi. In ogni caso parliamo di una quantità imponente di risorse, certo, ma badate ad un dettaglio: si tratta di qualcosa di molto simile alle residue riserve stimate fino ai primi anni duemila.

E se i venezuelani si trovassero a vivere in un mondo un po differente da quello immaginato dai politici occidentali e dai loro avversari? Mettiamo caso, così per scherzare, che le recenti riserve dichiarate fossero costituite da volumi di idrocarburi sì esistenti ma un po troppo difficili da estrarre: troppo viscosi, magari racchiusi in rocce serbatoio particolarmente impermeabili, eventualmente dispersi in una miriade di piccoli volumi separati. E mettiamo caso che le riserve residue fossero invece semplicemente quelle già note, un’ottantina di miliardi di barili. Cosa significherebbe? Semplice: il Venezuela si troverebbe a metà strada, avrebbe già estratto almeno la metà del petrolio che potrà cavare da sottoterra. Chi conosce l’argomento sa bene quali siano le implicazioni di una simile situazione: niente miracoli in vista, niente cornucopie; con molto sforzo, e con molta spesa, sarebbe possibile mantenere le produzioni per un po di tempo, rallentarne il declino. Questa ipotesi sembra non piacere molto agli ideologi: sia i “socialisti” che i “liberali”, curiosamente, si trovano d’accordo nel considerare infinite le riserve di petrolio di Caracas. La battaglia per detenere il controllo di queste riserve rischia di regalare amare sorprese sia ai vincitori che agli sconfitti: è possibile che il tesoro che questi personaggi bramano sia meno ricco del previsto.

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