Afghanistan: quanto costa sparare ai miserabili

Avete sentito l’ultima notizia? Gli elicotteri portano via il personale dagli edifici che ospitano gli occidentali a Kabul. Il viaggio prosegue in aereo, per chi può, verso casa. Ma un conto è prendere un taxi per andare all’aeroporto, tutt’altro discorso è trovarsi circondati dai nemici e doversi aggrappare ad un elicottero, magari dal tetto di un edificio assediato; sono due situazioni piuttosto diverse. Quel che viviamo ora è ovviamente una eco di quel che accadde a Saigon, in Vietnam, alla fine di aprile del 1975. Questa è la guerra del cinema: rotte improvvise ed impreviste, fughe rocambolesche, eroi da copertina che si battono contro cattivoni da operetta, viscidi collaborazionisti che scappano dove possono. E’ proprio quello che vorreste vedere in un bel film hollywoodiano: la ritirata precipitosa in elicottero dai tetti è un tòpos letterario, consacrato tra gli altri da Romero nella pellicola Zombi – Dawn of the Dead . Immagino che nel 1978 il ricordo delle fughe in elicottero da Saigon fosse ancora fresco.

Spegniamo il televisore e torniamo con i pedi per terra. La guerra, quella vera, non è fatta di colpi di scena o di improbabili atti di eroismo. E’ fatta di mezzi, munizioni, rifornimenti. La guerra è una questione di logistica: chi riesce a recapitare sul terreno la più grande quantità di mezzi, forniture e persone alla fine vince. I generali vincono le battaglie, le economie vincono le guerre. Ed eccoci a far la guerra in Afghanistan: si tratta di tirare bombe in testa a pastori e contadini, male armati e privi di organizzazione. Per un esercito moderno ed organizzato non è particolarmente difficile. Le difficoltà imposte dal terreno obbligano ovviamente a rinunciare alla pretesa di un dominio totale: pazienza se le montagne ed il territorio rurale rimangono relativamente fuori controllo, le città basteranno. In linea di principio, e ragionando da un ufficio, non è una operazione così difficile. Sarebbe come giocare con i droni in qualche paesucolo africano, uno sforzo modesto. Questa la pensata alla base dell’intervento: costa poco, non impone grossi rischi.

Proviamo ad aprire la carta geografica: l’Afghanistan dove sta? Sta in mezzo all’Asia. Non ha accesso al mare, se non attraverso le strade del Pakistan. Sono 500 km almeno, oppure più di 1000 km se vogliamo raggiungere la capitale Kabul. Non ci sono ferrovie, nel senso che non esiste una vera rete ferroviaria. Esistono tronconi che collegano alcune località alle reti del Turkmenistan, dell’Iran o dell’Uzbekistan. I collegamenti a sud con il Pakistan sono proposti sulla carta, ma in pratica si viaggia per strada attraverso valichi difficili, in un territorio davvero pericoloso. Politicamente non possiamo pensare di affidare la logistica ai valichi con Iran e Cina, ovviamente ostili. Il Pakistan è un alleato teorico, ma non offre sicurezza e deve convivere con le frange estremiste dell’etnia Pashtun. A nord qualcosa si può fare, e si è fatto, con i vari Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Kazakistan. Ma stanno nel mezzo dell’Asia: raggiungerli è una ennesima fatica di Sisifo. Se vuoi rifornire e far funzionare grandi contingenti militari in Afghanistan, e se questa è la situazione, allora devi affidarti a pericolose e costose operazioni di trasporto combinato via terra da sud, o magari attraverso Caucaso e Caspio. O più probabilmente a costosissimi ponti aerei. Poi sul terreno la situazione peggiora: le infrastrutture non esistono, e spesso l’ultimo miglio è una pazzia da svolgere in elicottero.

E allora i costi finali dell’operazione a quanto ammontano? Se spendo tanto, il conto alla fine si vede. Per avere una idea generale di quanto abbiano speso gli USA nelle guerre post 11 settembre, possiamo spulciare il progetto Costs of War. Nel medio termine, in tutto 6.400 miliardi dollari. Per la sola campagna in Afghanistan, secondo quelli di Military Times, staremmo ben al di sopra dei 2.000 miliardi di dollari: “… most of the money came out of $933 billion in DoD overseas contingency funding. The rest includes: $443 billion in DoD base budget increases to support the war; $296 billion to care for veterans; $59 billion in State overseas contingency funds; and $530 to cover the interest on the money borrowed to fund 20 years of deployments …” . La spesa diretta da parte del Ministero della Difesa USA, preminente sul totale, pare situarsi ad almeno 1.400 – 1.500 miliardi di dollari più gli interessi. Una campagna militare ventennale, di enormi dimensioni, in un territorio impossibile, gestita tramite una catena logistica che potremmo definire come la più inefficiente, pericolosa e costosa di tutta la storia militare. Il consuntivo alla fin fine non poteva che essere astronomico.

Sapete, l’Afghanistan è spesso definito come “la tomba degli imperi”. A turno, svariate presunte o auto nominate potenze imperiali hanno cercato di sottometterlo. Di solito l’impresa si conclude in malo modo: interessante il caso degli imperi britannico e sovietico. Anche nell’antichità questo territorio ha sempre rappresentato un bersaglio ostico e poco conveniente. In anni recenti, è venuto di moda spiegare il problema in termini di propensione a combattere: i miliziani del sud, fanatici e motivati, sarebbero un ostacolo insormontabile. Questa spiegazione non spiega come mai questo territorio abbia rappresentato una spina nel fianco anche per Persiani e Macedoni, ben prima della nascita dell’Islam radicale. Riapriamo la carta geografica e torniamo a guardarla: montagne inaccessibili, infrastrutture inesistenti, distanze considerevoli, scarsa densità di popolazione, impossibilità di accesso al trasporto marittimo. Da almeno 25 secoli, questa parte di mondo è forse uno dei luoghi peggiori nei quali spedire un grosso esercito a far la guerra. Le religioni, le culture e le ideologie si avvicendano, ma la catena logistica rimane impossibile. Immaginare una grossa operazione militare in Afghanistan come se fosse un gioco di tiro al bersaglio in Somalia o in Yemen è un errore clamoroso e per certi versi infantile. Quando ci decideremo ad insegnare un po di geografia ai nostri pianificatori politici e militari?

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