Lo strano caso dei morti Covid – Atto I

Dopo tanto tempo, e tante discussioni, è giunta forse l’ora di osservare in retrospettiva il fenomeno “pandemia”. Nella confusione del momento, nella percezione di emergenza portata dalla novità dell’evento, è possibile raccontare e credere praticamente qualsiasi cosa. La lentezza, talora esasperante, con cui i servizi statistici italiani mettono a disposizione dati ed elaborazioni non può che aggravare il problema: in assenza di metriche affidabili ed aggiornate, chiunque potrebbe decidere di fare o far credere qualunque cosa. Come potrebbe mai essere contestato? Un dato che giunge in ritardo, se operiamo provvedimenti emergenziali, è praticamente equivalente ad un dato contraffatto o mancante; indurrà decisioni basate su evidenze superate o inesistenti, che ben difficilmente potranno rivelarsi oculate. Siamo attorno alla metà dell’anno 2022, un lasso di tempo sufficiente per pretendere un minimo di chiarezza a livello statistico. E allora domandiamoci chi sono davvero e quali caratteristiche hanno i morti Covid. Sono giovani o vecchi? Sono sani o soffrono di altre patologie? Quanti anni di vita hanno perduto a causa di Covid19? Mi è capitato di toccare questo argomento a più riprese: usualmente siamo portati a pensare che il morto Covid sia un parametro più affidabile rispetto a contagi o ricoveri. Un morto è un morto, non lo nascondi. Ma come facciamo a dire che una persona è deceduta per Covid19? Quali sono i criteri utilizzabili?

Al cuore della questione: cos’è una malattia mortale? Come la identifichiamo? Una malattia mortale è una malattia che causa la morte di chi la contrae, direbbero al bar dello sport. Certo, ma allora se ho prurito alla schiena e muoio, sono morto di prurito? Non è che per caso qualche altra patologia potrebbe nascondersi dietro al prurito? E con l’età come la mettiamo? Ad una certa età tutti noi moriamo. Non è fondamentale né sempre fattibile individuare una specifica patologia come causa del decesso: la mera vecchiaia, con il suo corollario di perdita di funzionalità e degrado progressivo, ci porterà comunque via prima o poi. Proviamo ad attenerci a parametri semplici e verificabili: una malattia mortale è una malattia che riduce la mia aspettativa di vita. Senza questa malattia, avrei potuto vivere qualche anno ancora: per il fatto di averla contratta sono morto un po prima. Esistono vari metodi per verificare se una patologia uccide o no: possiamo confrontare gruppi di persone che la contraggono o che ne sono immuni, e vedere se le aspettative di vita sono diverse o meno. E’ abbastanza ovvio rilevare che chi si ammala di tumore muore in media prima di chi non è incappato in questa pericolosa malattia. Se la patologia del caso si è materializzata da un certo istante di tempo in poi, si può confrontare l’aspettativa di vita della popolazione prima e dopo la sua comparsa: se è mortale, ancora un volta l’aspettativa di vita ne sarà diminuita, altrimenti nulla cambierà. E allora proviamo ad eseguire una verifica banale: vediamo a che età se ne vanno le persone ufficialmente decedute con Covid, e verifichiamo se queste persone abbiano vissuto di meno rispetto a chi non ha incontrato la malattia.

Speranza di vita in Italia, variazioni annue. Fonte: ISTAT.

Il primo esercizio aritmetico è ovviamente verificare come si sia evoluta l’aspettativa di vita negli ultimi anni. Il parametro non è stazionario: in Italia invecchiamo, e in media viviamo più a lungo rispetto ai nostri antenati. Il nostro ISTAT fornisce le serie dati del caso, liberamente consultabili nella sezione delle Tavole di Mortalità. Di mortalità si parla: non possiamo sapere oggi quanto vivranno in media i ragazzini che hanno oggi 10 anni di età; quel che possiamo sapere è a quale età si muore oggi. La cosiddetta “speranza di vita”, così come definita abitualmente, è basata sull’assunzione secondo cui una persona che nasce oggi vivrà in media all’incirca un numero di anni pari all’età al decesso che si registra oggi. Divinare il futuro è difficile: per correttezza ci limitiamo a divinare il presente. Il dato: in Italia la speranza di vita alla nascita è cresciuta nell’ultimo trentennio. Nel 1992 in media, mettendo assieme maschi e femmine, potevamo vivere fino a poco più di 77 anni. Nel 2021, dopo il passaggio della “pandemia Covid”, viviamo comunque ben più di 82 anni. La riduzione innescatasi nel 2020 è evidente: 82 anni circa, più o meno come nel 2012. Osserviamo per un momento anche le variazioni percentuali: le tendenze di crescita più evidenti si sono registrate, in media, negli anni ‘90 e fino al 2005; successivamente sono state più modeste. Dopo il 2013 la speranza di vita media in Italia cresce sì, ma in maniera molto più debole ed irregolare. In assenza di incidenti di percorso, forse avremmo potuto assistere ad una sorta di stasi nel fenomeno, un appiattimento.

Numero di decessi Covid19 per età. Grafica: INFN.

E quindi i morti Covid? A che età si muore con questa nuova malattia? Per questo dato, suggerisco l’utilizzo delle elaborazioni statistiche e grafiche targate INFN; sono basate comunque sulle serie dati di ISS, ma oggettivamente sono più complete ed esaustive di molto altro materiale in circolazione. La seconda immagine è presa a prestito direttamente da INFN. Commenti utili? Parliamo di persone anziane, a dominare il panorama sono i decessi di settantenni ed ottantenni. Esistono anche morti più giovani, ma sono pochi; al di sotto dei 40 o 45 anni parliamo di mosche bianche. In media, mettendo assieme maschi e femmine, l’età al decesso per il morto positivo a Covid risulta complessivamente pari a circa 80,79 anni. Spostata in alto per le donne, rispetto agli uomini, semplicemente perché le prime sono di base più longeve anche in assenza di pandemie. Visto che le analisi sugli effetti di Covid19 sono state spesso basate sul confronto con il quinquennio precedente, 2015 – 2019, e visto che in quel lustro la speranza di vita pareva divenire relativamente più stabile, tentiamo ancora il medesimo confronto. Nell’intervallo di tempo ‘15 – ‘19 la speranza di vita era pari in media a 82,76 anni. Una perdita complessiva di due anni circa, oggettivamente visibile e già discussa da queste parti, imputabile a Covid19. Problema: per le persone che sono morte a 85, o magari 90 o più anni con Covid, come possiamo parlare di riduzione dell’aspettativa di vita? In un Paese nel quale puoi sperare in media di vivere 82 – 83 anni, cosa hai perso morendo ad 87 anni? Forse le cose stanno in maniera un po diversa da come ce le raccontiamo: abbiamo mescolato situazioni differenti senza riguardo. Torniamo a considerare il concetto fondamentale: una malattia mortale è una malattia che riduce la mia aspettativa di vita. Se ho contratto questa malattia, e sono riuscito a vivere quanto o più che in assenza di essa, per me quella malattia si può definire in molti modi ma di certo non è stata mortale.

Basandoci su questo assunto ovvio e semplice, tentiamo ora un simpatico esercizio: prendendo a base la distribuzione delle età al decesso dei “morti Covid” fornita da INFN, e partendo dalle età più avanzate, proviamo a dividere questi decessi in due categorie. Alla cima, le età più elevate, avremo raggruppato le persone che hanno spuntato una età al decesso in media equivalente agli 82,76 anni tipici del periodo pre pandemia; alla base, al di sotto di una certa classe di età, avremo invece raggruppato persone decedute in anticipo rispetto alla media pre pandemia. E’ un esercizio semplice, che chiunque può eseguire con un foglio di calcolo. Risultato: il discrimine tra i due gruppi si posiziona a 62 o 63 anni compiuti. Tutti i deceduti Covid che hanno età uguale o maggiore a questa, manifestano in media una età al decesso equivalente agli 82,76 anni rilevati prima dell’arrivo della pandemia. Per questo gruppo di persone, la pandemia non ha modificato l’aspettativa di vita. Sui 161.200 casi segnalati al 10 maggio 2022, stiamo parlando di circa 149.671 – 150.945 persone. Come dite? Quelli che sono morti a 65 anni ci hanno rimesso parecchio? Attenzione, la speranza di vita media si compone sempre di persone che vivono oltre la media e di persone che invece si fermano prima. Era così anche nel 2014, ed è vero per qualsiasi patologia – semplice vecchiaia inclusa. La media è il riferimento più ragionevole che possiamo avere. Se la usavamo nel 2010, la dobbiamo usare anche nel 2022. Tolte le persone che non hanno in media visto ridurre la propria aspettativa di vita, cosa rimane nel gruppo dei “morti Covid”? Al di sotto dei 62 o 63 anni compiuti, circa 10.255 – 11.529 persone. Per queste persone, incontrare Covid19 non è stato apparentemente un buon affare: hanno potuto vivere in media grossomodo 54,2 – 55,1 anni. Queste sono le persone che, basandoci su mere considerazioni aritmetiche, hanno visto effettivamente ridurre la propria speranza di vita a causa della pandemia: il 6,4 – 7,2 % del totale dei morti Covid rilevati ufficialmente.

Comorbilità comuni nei pazienti deceduti positivi a Covid. Grafica: ISS.

Potrebbe valere anche la pena fare qualche considerazione circa le caratteristiche dei pazienti. Hanno contratto Covid19, semplicemente perché positivi ad un test o magari perché manifestano sintomi credibili. Ma forse, in specie tra i deceduti, sopportavano anche altre patologie rilevanti. Una possibile fonte di notizie al riguardo è il nostro ISS, con il rapporto Characteristics of COVID-19 patients dying in Italy, da cui è derivata la tabella della terza immagine sopra esposta. Questo è il documento che ha infiammato le polemiche degli ultimi mesi: ad una indagine accurata, si scopre che la gran maggioranza dei “morti Covid” è probabilmente morta di qualcos’altro. Tra le persone incluse nel campione di indagine, appena il 2,9% non aveva alcuna patologia grave concomitante. L’85,7% dei “morti Covid” soffriva di due o tre o anche più di tre comorbilità gravi. I “morti Covid” per i quali Covid19 pare essere causa esclusiva di morte sarebbero quindi appena 4.675 dei 161.200 totali; in prevalenza giovani. Forse è un approccio troppo severo? Immaginando anche di sommare i casi di persone con nessuna o una sola comorbilità, staremmo parlando quindi di 4.675 – 22.890 casi. Sempre pochi, e comunque in ordine di grandezza vicini ai 10.255 – 11.529 stimati ragionando sulla mera riduzione della speranza di vita. Covid19 è una malattia che ha fatto delle vittime, ma i numeri non sono quelli sbandierati dai telegiornali: se a morire sono novantenni, non è possibile parlare di riduzione della speranza di vita – e dunque nemmeno di malattia mortale. I ragionamenti circa le patologie concomitanti suggeriscono conclusioni analoghe: le persone che hanno effettivamente subito un danno misurabile in termini di aspettativa di vita sono relativamente poche, anche se non facilmente individuabili; di sicuro non parliamo di 160.000 vittime. Covid19, come al solito, si rivela essere qualcosa di molto diverso dalla narrazione che ne facciamo.

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3 risposte a Lo strano caso dei morti Covid – Atto I

  1. jackilnero ha detto:

    Mmh.. stavolta concordo in parte. Correggimi se sbaglio, ma sembra dire che se uno è morto oltre l’età media attesa, allora non conta. Se uno a 85 anni malato di “X”, è morto , non conta, perché tanto sarebbe morto di “X”, forse 2 anni dopo.
    Ecco, io quei “non conta” sono d’accordo che valgano ai fini statistici, ma non che sia trascurabile a livello umano, suggerendoci magari di minimizzare il fenomeno e quindi comportarsi di conseguenza.
    A questo proposito ricordo (devi scusarmi ma vado davvero a memoria) che uno dei dati “assoluti” e quindi alla mercè di qualsiasi interpretazione, era il numero totale di morti annuali nel periodo pandemia, che effettivamente si scostava di decine di migliaia di unità rispetto alla media. Considerando che si erano ridotti quelli degli incidenti stradali e altri, e che abbiamo pagato salato il fatto di cercare di ridurre la trasmissione tra persone, una rilevanza dovrà pur averla.

    Sulla narrazione manco ti rispondo, che non c’è altro da fare che farsi venire il vomito per come siamo messi…

  2. rmammaro ha detto:

    Mah, matematicamente scegliere le classi di dati è pericoloso. Di questo passo, si potrebbe dimostrare qualsiasi cosa. Anche che gli asini volano.
    Esercizio interessante, ma forse tradisce i presupposti.

    • fausto ha detto:

      Qui in Italia gli unici asini che hanno preso il volo sono gli “esperti” che ci raccontano di fantomatiche stragi alla TV. Atteniamoci ai numeri: Covid19 è una malattia stagionale che ha prodotto effetti limitati in tema di mortalità. Il discorso si trascinerà a lungo.

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