Lo strano caso dei morti Covid – Atto II

Riprendiamo il discorso circa la mortalità connessa a Covid19. I decessi imputati ufficialmente a questa nuova malattia sono numerosi, oggi in Italia circa 170.000. Ad una analisi più attenta, pare chiaro che la gran parte delle persone ufficialmente decedute con Covid non abbiano visto ridurre la propria aspettativa di vita complessiva rispetto al periodo precedente la pandemia. Le elucubrazioni polemiche circa la differenza tra i “morti di Covid” ed i “morti con Covid”, alla luce di questi dati, sembrano abbastanza fondate: lo stesso ISS rileva la prevalenza di persone affette da tante altre patologie. E’ logico che in molti casi Covid non abbia fatto differenza – ma questo si potrebbe dire anche per qualsiasi malattia stagionale. Ulteriore problema: è impossibile decidere in senso deterministico chi, nel complesso dei casi, sia stato realmente danneggiato dalla malattia e chi no. Possiamo trovare il caso di novantenni che avrebbero potuto vivere ancora, e si sono fermati prima a causa della pandemia; e potremmo anche trovare il caso di trentenni che, formalmente deceduti positivi alla nuova infezione, erano in realtà affetti da patologie mortali che non li avrebbero lasciati vivere un giorno di più in nessun caso. In senso numerico, può essere utile cercare di isolare un gruppo di persone che non hanno visto ridurre la durata della propria vita da quanti invece ci hanno rimesso parecchi anni; il risultato ottenuto in fondo descrive una situazione concorde con l’analisi dell’effetto delle patologie concomitanti proposta da ISS. Ma non è l’unico né forse il migliore approccio per dare conto della gravità del fenomeno.

Volendo ragionare in modo diverso, come potremmo definire il danno reale causato da un “decesso Covid”? Un morto è un morto, non ci piove, ma i morti sono tutti uguali? In realtà no: la dipartita di un ventenne è un evento molto diverso da quella di un centenario. In gergo, quando si ragiona sul danno causato da una patologia potenzialmente letale si parla di cose come “anni di vita persi”, o “anni di vita in salute persi” L’idea di base è che il danno, volendo supporre anche omogenee le condizioni di vita al variare dell’età, sia più grave con la perdita di un giovane che non di un anziano. Capisco bene le perplessità: non esiste un numero di anziani a cui allungare la vita che giustifichi l’uccisione di un solo bambino. L’etica ha il suo valore, certo, ma non descrive il problema: per una semplice descrizione numerica, attribuiremo ad ogni anno di vita il medesimo valore. Il giovane deceduto avrà perso molti più anni di vita rispetto all’anziano, in tal modo dando conto della gravità dell’accaduto. Il riferimento da cui partire è al solito la speranza di vita ante pandemia: vista la vicinanza temporale e la relativa stabilità, il valore di 82,756 anni rilevato nel quinquennio 2015 – 2019 rimane un buon parametro, peraltro non ancora superato. Si tratta, apparentemente, della aspettativa di vita più elevata spuntata finora dagli italiani; questo permette di rendere cautelative le considerazioni conseguenti: è sempre bene evitare l’accusa di aver nascosto qualche morto.

Età al decesso per i positivi a Covid19, mediana. Grafica: INFN / ISS.

Per stimare le perdite di anni di vita rispetto alle attese ante Covid, occorre conoscere in modo puntuale due parametri: il numero di decessi attribuiti alla nuova malattia, e l’età media delle persone così decedute. Il numero di decessi è un problema modesto, visto che viene sbandierato ovunque. Le età dei deceduti sono una faccenda diversa: di solito non se ne parla, oppure sono riferite in maniera aneddotica dalla stampa locale. Ci soccorre ancora una volta la restituzione numerica e grafica di INFN, sempre basata su dati ISS, da cui deriva la prima immagine in alto; i dati di base utilizzati in questa sede sono aggiornati al 12/07/2022. Evidenti le oscillazioni del parametro. A marzo ed aprile 2020 età al decesso basse, quindi rapida risalita. L’estate 2020 mostra valori instabili: ovvio, essendo pochi i decessi registrati la varianza è alta. Alla fine dell’inverno, nel 2021, si registra uno sprofondamento che spinge le età al decesso ad oscillare attorno ai 75 anni: davvero basse. La successiva risalita, pur con deviazioni abbastanza evidenti, riporta le età registrate stabilmente al di sopra degli 80 anni. L’impatto sulla speranza di vita, tenendo conto anche del numero di persone decedute, sembra quindi essere stato particolarmente forte durante le primavere del 2020 e del 2021. Combiniamo ora i dati, mettendo assieme età al decesso e numero di decessi: per ogni giornata è possibile definire la differenza tra la speranza di vita ragionevolmente attesa – quella ante pandemia – e l’età effettivamente raggiunta dalle singole persone decedute con Covid19. Il prodotto di questa differenza con il numero di deceduti fornisce un valore in anni, anni di vita persi totali: questo è il danno in termini di mortalità causato dalla malattia, ogni giorno. Non è detto che sia un danno: se il morto Covid vive più a lungo delle attese, allora parliamo di un guadagno e ci troveremo un segno negativo nei grafici.

Età al decesso per i positivi a Covid19, anni vita persi per giornata. Dati: INFN / ISS.

Nella seconda immagine in alto possiamo confrontare mediana delle età al decesso Covid e anni di vita persi, intesi come dati giornalieri, assieme alle relative medie a 15 giorni. Perché aggiungere una media? Se ci affidiamo ai valori puntuali, notiamo subito deviazioni forti nei grafici. Può essere che in una data giornata i deceduti Covid siano tutti molto anziani, o molto giovani: questo è frutto del caso. L’impatto in termini di anni di vita persi può essere realistico solo se mediato su un buon numero di valori. Che dire degli andamenti nel secondo grafico? La narrazione della pandemia offerta dai media è forse poco accurata. L’impatto in termini di anni di vita persi è significativo nel periodo marzo – aprile 2020; dopo il 20 aprile 2020 si sprofonda in territorio negativo: Covid19 fornisce un guadagno di aspettativa di vita, anziché una riduzione. La malattia rimane irrilevante fino al periodo compreso tra metà ottobre e metà dicembre, laddove torna a fare danni; l’effetto è modesto, ma visibile. Nel 2021 le cose si mettono molto male: il danno in anni di vita persi cresce rapidamente fino a toccare l’apice a fine aprile. La discesa delle età medie al decesso, combinata col crescere del numero delle vittime, produce effetti forse perfino peggiori di quelli osservati nel 2020. Successivamente si registrano due ultime recrudescenze – di portata limitata – a fine agosto 2021 e a gennaio 2022. Poi il nulla più totale: a partire dai primi giorni di febbraio, il parametro anni di vita persi rimane in media sempre in territorio negativo, al più neutro. Da quasi sei mesi, non esistono di fatto decessi realmente imputabili a Covid19. Abbiamo un termine di paragone per valutare il danno? In Italia nel 2019 gli incidenti stradali hanno causato 3173 vittime [ISTAT]; gli incidenti sul lavoro 1156 vittime [INAIL], di cui 470 (254 in itinere e 216 in occasione di lavoro) coincidenti con incidenti stradali. Sommando: 3173 + 1156 – 470 = 3859. Se ogni vittima ci ha rimesso, ragionevolmente, metà della vita, il danno è (3859 X 82,756) / (2 X 365) = 437,5. Ogni giorno, questi incidenti divorano quasi 440 anni vita. Ogni santo giorno. Teniamolo a mente.

Numero di deceduti positivi a Covid19, anni vita persi per giornata. Dati: INFN / ISS.

Un ulteriore possibile raffronto, questo davvero molto imbarazzante, è tra anni di vita persi e numero ufficiale di decessi Covid – sempre dati INFN / ISS. Questo confronto, nella terza immagine, basta da solo a far capire che qualcosa non va nella narrazione mediatica a cui siamo esposti. Al telegiornale sentiamo parlare di “situazione critica” per 800 – 900 morti Covid in una giornata. E questo è vero a marzo / aprile 2020. A novembre 2020, con lo stesso numero di vittime giornaliere, l’impatto reale in termini di anni di vita persi è minimo: ma per il telegiornale i due eventi sono equivalenti. Si scende ad un plateau di 400 – 500 morti al giorno a gennaio 2021: in realtà si tratta un equivoco, essendo nullo il numero di anni vita persi nel periodo. I decessi totali scendono quindi a 300 per giornata a febbraio; altro equivoco: in realtà in questo istante le età al decesso prendono improvvisamente ad abbassarsi, e si innesca la rovinosa crescita in anni vita persi che culminerà ad aprile 2021. Il numero di decessi positivi al tampone puro e semplice pare un parametro davvero poco rilevante: vede situazioni drammatiche laddove non sta accadendo nulla, e maschera disastri come fossero periodi di tregua. Bizzarri gli eventi di fine 2021: i decessi totali si impennano fino a 300/400 al giorno; ma in realtà gli anni vita persi stanno già crollando. Con la fine di gennaio 2022, secondo il telegiornale raggiungiamo un picco minore di decessi; nel mondo reale, in quei giorni Covid19 perde ogni capacità di accorciare la vita ai malati – divenendo dunque malattia rigidamente non mortale. Ma le redazioni dei nostri telegiornali non se ne sono accorte, purtroppo.

Vale ora la pena puntualizzare alcune questioni. La base del discorso è la definizione di malattia mortale: una malattia mortale ti accorcia la vita. Se non ci riesce, allora non è mortale. Chi non riesce a comprendere queste ovvietà aritmetiche farebbe bene a disinteressarsi dell’argomento, per non fare danni. La scelta della speranza di vita attesa condiziona i risultati: chiunque potrebbe proiettare linearmente gli andamenti noti e raccontare che, in assenza di Covid, a quest’ora avremmo vissuto 85 anni e non 82. Gonfiando subito il parametro anni vita persi a proprio comodo. Per rispondere a queste persone, disoneste, basterebbe chiedere loro come mai ad oggi il “morto Covid” manifesti una speranza di vita leggermente superiore ai morti “non Covid”, e goderci la risposta. Il valore delle medie: come detto, affidandoci ai valori di giornata finiremmo col vedere giornate di danno grave – perdita di anni vita – e giornate di guadagno. Facile speculare sulle prime, o al contrario sulle seconde, ma queste sono deviazioni casuali. Solo una tendenza di medio termine può fornire informazioni sensate. Le età al decesso: INFN fornisce mediane, non medie. Visto l’andamento a campana, piuttosto regolare, esposto sul sito, possiamo supporre che non differiscano granché da un valore medio. I più maliziosi tra i lettori avranno già intuito l’effetto della scelta della mediana in luogo delle mera media aritmetica. Le tempistiche: a volte l’apice nel numero di decessi coincide con l’apice del parametro anni vita persi, a volte lo precede; a volte addirittura è successivo. Evidentemente i decessi puri e semplici non offrono una raffigurazione accurata dell’impatto della pandemia. Il confronto con gli incidenti: ogni giorno, perdiamo 400 o 450 anni vita tra strade e lavoro. Se nessuno ci chiude in casa per questo, perché è lecito bloccare il Paese quando Covid19 arreca un danno comparabile? Vai a sapere. Da ultimo, l’incompletezza dei dati: mancano dal quadro molte informazioni rilevanti – il motivo per cui non riusciamo a liberarci di questa ossessione. Occorrerà ancora tempo per rinsavire.

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Una risposta a Lo strano caso dei morti Covid – Atto II

  1. ijkijk ha detto:

    L’analisi è molto interessante.
    Ma anche se gli anni persi per covid sono comparabili a quelli del traffico non ne discende automaticamente che non si debba fare nulla.
    All’apparizione delle prime automobili e dei primi incidenti mortali ci furono reazioni di avversione all’auto e in alcune città si arrivo anche a vietarle. Poi si sono sviluppate una miriade di regole come il codice della strada, omologazione veicoli, patenti, etc, etc, fino ad arrivare ad un compromesso di convivenza con le auto (a mio avviso le automobili dovrebbero essere molto piu osteggiate ma questo è un’altro discorso) e oggi, come dici, gli anni/vita persi sono giudicati tollerabili, ma a fronte di anni vita guadagnati dall’aumento della qualità della vita grazie appunto all’automobile.
    Il covid, diversamente dall’auto, non lo abbiamo scelto e non ci da alcun vantaggio e se sparisse avremmo tutto da guadagnarci. Quindi mi sembra logico che vada combattuto anche con alcune limitazioni personali dato che è una malattia contagiosa.
    Ad esempio, stamattina sono stato dal mio medico e in sala d’aspetto c’erano una decina di persone tutte con la mascherina e questo mi ha parzialmente rassicurato. L’obbligo della mascherina in certi ambienti e situazioni forse era una cosa che si poteva introdurre anche prima.

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