Lavoro, PIL, Italia: fare peggio non si può

Parlano di lavoro i nostri politici, sentite? Di solito succede a primavera, quando gli usignoli cinguettano e le margherite punteggiano i prati. E’ un fenomeno stagionale, un po come la neve o i pollini: in prossimità delle ricorrenze del 25 aprile e del primo maggio spuntano i discorsi sul tema del lavoro, o su qualche articolo della Costituzione. Si protraggono per qualche settimana, per poi svanire pian piano ai primi caldi estivi. Questo comportamento meriterebbe l’attenzione degli studiosi di etologia; non certo quella dei politologi, vista l’inconsistenza dei discorsi propostici. Il lavoro non c’è: questo è il discorso che dovremmo affrontare in Italia. Non c’è, e probabilmente non c’è mai stato, alla faccia della Costituzione repubblicana. Possiamo osservare il problema in molti modi diversi, e con diversi obiettivi; ma se vi sentite raccontare che in Italia “…facciamo comunque meglio del tal Paese europeo…” o che “…i nostri politici non possono farci niente…”, bene, sappiate che vi stanno prendendo in giro.

Per quantificare le vicende del mercato del lavoro quindi cosa facciamo? A quale parametro ci rivolgiamo? Di solito in Italia parliamo di disoccupati: persone che cercano attivamente lavoro tramite canali ufficiali e tracciabili in un dato periodo di tempo. Chi telefona in proprio a tutte le aziende del circondario semplicemente non esiste: a valere sono i soli canali ufficiali statisticamente rilevabili. E il fatto di non avere un lavoro non fornisce la qualifica di disoccupato: occorre dimostrare ad ISTAT di essere impegnati a cercarlo, il lavoro. Come avrete intuito, il parametro disoccupazione non vale granché. Tra le alternative, insisto come al solito a proporre il tasso di occupazione della forza lavoro: quante persone hanno un lavoro contrattualizzato rispetto alle persone che potrebbero o dovrebbero lavorare. In inglese dicono labor force participation rate, e lo possiamo ottenere via ILO / IndexMundi per l’ultimo anno; queste banche dati internazionali in linea di massima mettono a confronto i lavoratori con le persone aventi età uguale o superiore a 15 anni. Esistono scelte alternative, come il tasso di occupazione di concezione italiana: lavoratori censiti fratto forze di lavoro potenziali.

E quindi labor force participation rate di ILO, oppure tasso di occupazione di ISTAT? Se ci fate caso, i mezzi di informazione italiani riferiscono cifre intriganti, assai ottimistiche rispetto a quelle indicate da svariati enti sovranazionali. Recentemente il tasso di occupazione nostrano volerebbe al 59 %, almeno secondo il Documento di Economia e Finanza 2018. ILO ci piazza sempre al di sotto del 50%: come hanno fatto i nostri ministri a compiere il miracolo? Semplice: hanno fatto sparire un po di persone al denominatore. Impiegando per esempio forze di lavoro potenziali intese come persone con almeno 15 anni, ma con meno di 65 anni di età. ISTAT in genere propone questo dato come prima scelta. Un fatto che merita discussioni per due ragioni: dalle nostre parti la pensione a 65 anni pare essere una chimera, e comunque gli anziani devono essere mantenuti con pensioni equivalenti agli stipendi. In un Paese con tanti anziani, occorre mettere al lavoro un maggior numero di adulti non anziani solo per far quadrare i conti del sistema pensionistico. In questo senso, credo che la scelta di ILO sia la più corretta se vogliamo descrivere i problemi di Paesi invecchiati come l’Italia. L’alternativa è fingere di vivere negli anni ‘60, che è quello che purtroppo molti italiani tendono a fare – e non sarebbe un crimine sognare, se non fossero politici e dirigenti a farlo.

Tornando ai dati: brutta faccenda, almeno a leggere le ultime posizioni. Partendo dal fondo, troviamo la Moldavia con un misero 42,5%. Saliamo quindi al 46,6% della Bosnia Erzegovina ed al 48,4% del Montenegro. Ed eccoci all’Italia, con un meraviglioso 48,6%. Se consideriamo il fatto che, almeno formalmente, saremmo una “Repubblica fondata sul Lavoro” viene da chiedersi che cosa sia andato storto nell’applicazione della nostra legge fondamentale. Non pretendo di vedere il mio Paese rivaleggiare con campioni dell’occupazione quali l’Islanda – al 77,3% – o con la Russia – al 66,5%. Basterebbe anche meno: per esempio, non potremmo riuscire almeno a salire al livello della Grecia? I greci spuntano comunque un buon 52,9%. Ci sarebbe anche l’Albania, che con il suo 56,1% suscita un minimo di invidia. Osservando il continente europeo, allargato anche a realtà di frontiera quali Federazione Russa e Turchia, facciamo fatica a trovare qualcosa di peggio dell’Italia. Ulteriore paradosso: il dato di ILO potrebbe essere leggermente sovrastimato, visto che lo stesso ISTAT riferisce tassi di occupazione leggermente peggiori quando nel calcolo vengono inclusi anche i residenti over 65. Inutile infierire.

Scusate, ma chi ha detto che eguali livelli di occupazione descrivono equivalenti sistemi socio economici? Come possiamo paragonare il costo della vita a Lugano o a Cordova? E gli stipendi? Il potere d’acquisto? Il sistema normativo e burocratico? Avere il medesimo tasso di occupazione non vuol dire avere agito allo stesso modo. Per dire, Francia e Macedonia hanno tassi di occupazione pressoché identici: vi sembrano realtà equivalenti? Lo stesso problema si riscontra anche in altre improbabili accoppiate, come Irlanda ed Austria. La capacità di offrire lavoro contrattualizzato e retribuito è influenza da molti parametri, ma una cosa è certa: dove non ci sono soldi non ci sono né contratti regolari né stipendi decenti. Se il prodotto lordo pro capite di un certo Paese è zero, allora zero sarà la partecipazione a quello che definiamo “mercato del lavoro”: gli impieghi schiavili non vengono conteggiati nelle statistiche.

Tasso di occupazione, partecipazione forza lavoro, Italia, Europa, PIL, prodotto interno lordo pro capite, per abitante, PPA, PPP, parità potere di acquisto, 2017, 2018PIL pro capite, tasso di occupazione. Fonte: IndexMundi.

Ed eccoci quindi ad osservare il verdetto del confronto più ovvio e banale, quello che oppone la partecipazione percentuale al mercato del lavoro – ordinata del grafico in alto – al prodotto lordo pro capite corretto a parità di potere d’acquisto – ascissa del grafico. Il dato sul PIL impiegato nel grafico è quello proposto per l’ultimo anno disponibile dal solito IndexMundi; la linea continua rappresenta una regressione in forma di potenza ad esponente reale. I valori assoluti in termini di occupazione sono quelli già citati, ma possiamo ora valutarli in modo diverso. In teoria, se ogni Paese considerato attuasse politiche equivalenti tutti i punti si disporrebbero su una correlazione impeccabile: al crescere della ricchezza pro capite, osserveremmo una crescita della capacità di creare occupazione contrattualmente retribuita. Dato che le differenze normative e politiche sono fortissime, nella realtà la dispersione è molto forte. Però una cosa rimane ovvia: i Paesi che incentivano la creazione di lavoro si dispongono tendenzialmente sopra a qualunque regressione vogliamo utilizzare. Quelli che invece disincentivano la partecipazione al lavoro se ne stanno al di sotto. Più grande la distanza dalla regressione, più forti le distorsioni positive o negative introdotte per via legislativa e fiscale.

Commentiamo ora il caso Italia: il puntino che ci rappresenta è, tra quelli che se ne stanno in basso nel grafico, quello in assoluto più distante dalla regressione che dovrebbe rappresentare la posizione media ipotetica delle varie economie esaminate. Si potrebbero usare correlazioni diverse, ma vi garantisco che questo non cambierebbe quasi nulla – nemmeno a voler barare usando una retta. Riassunto: in Europa e dintorni, non esiste un Paese che reprime il lavoro come l’Italia. Se per divertente ipotesi volessimo scambiare il nostro sistema normativo e fiscale con uno qualsiasi scelto a caso tra quelli degli altri Paesi rappresentati nel grafico, la situazione non potrebbe far altro che migliorare. Noi italiani non occupiamo questa imbarazzante posizione per puro caso: questo non spiega la distanza abissale che ci separa – in senso negativo – dai valori medi. Abbiamo messo in atto per molti anni politiche fiscali ed orpelli burocratici volti a reprimere con ogni mezzo il lavoro. Repubblica fondata sul Lavoro, ci hanno raccontato. Chiudiamo gli occhi e cerchiamo di addormentarci: forse, almeno nei sogni, questa Repubblica si materializzerà.

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