L’alluminio degli altri

Riedizione di un vecchio post integrata ed aggiornata, disponibile anche su iMille.

Politica industriale: politica comunitaria diretta a sostenere la competitività dell’industria europea sui mercati internazionali. O almeno così si decise di definire questo tipo di azione in seno alla Comunità Europea parecchi anni or sono: ci organizziamo, realizziamo beni vendibili e li smerciamo nel contesto del mercato globale. Di acqua ne è passata parecchia sotto i ponti, ed operando nel mercato suddetto abbiamo finito col rinunciare sempre più spesso agli interventi pubblici in tema di industria: oggigiorno, queste scelte le fanno generalmente i privati. Uno dei simboli indiscutibili della attività industriale è la lavorazione dei metalli, tanto importanti nel plasmare le nostre vite e tanto ambiti nel passato dalle nazioni che intendevano scendere in guerra. Tra gli ultimi arrivati, per la enorme difficoltà di fabbricazione, il refrattario alluminio: si estrae da miscele di ossidi naturali a prezzo di grandi quantità di energia elettrica, e ha conosciuto una notevole diffusione dal dopoguerra ad oggi in applicazioni assai disparate. Bello, leggero, resistente all’ossidazione, lavorabile, riciclabile come pochi altri materiali. Oggettivamente un materiale eccellente. La produzione globale di metallo primario – non riciclato – oscillava tra il 2011 ed il 2012 nell’intervallo 44,5 – 44,9 milioni di t; perlomeno stando alla collezione di dati targata USGS. L’Italia, almeno fino a qualche anno fa, poteva vantare la palma di ventisettesimo produttore mondiale di alluminio, dietro a campioni nazionali quali Egitto, Oman, Tajikistan.

La produzione italiana di alluminio primario, recuperato da bauxite, si concentra storicamente in Sardegna. Non si tratta di un comparto spontaneamente diffuso sul territorio e poi accentratosi progressivamente in pochi grandi impianti residui, come capitò con l’acciaio: la metallurgia dell’alluminio in Italia è arrivata tardi, ed è stata gestita come una sorta di cittadella industriale isolata sostenuta precocemente dalla amministrazione pubblica. Stiamo ovviamente parlando della Alcoa di Portovesme, la fabbrica sarda di alluminio che tanto ha tenuto banco nelle discussioni pubbliche degli ultimi anni, e dei suoi impianti sussidiari. L’avventura della metallurgia dell’alluminio era stata organizzata da mano pubblica con la società Alumix negli anni ’80; che comprendeva parecchi stabilimenti satellite sparsi per l’Italia, e trovava il proprio punto nodale nell’impianto di Portovesme. Al concludersi dell’era delle partecipazioni statali, il settore dell’alluminio italiano finì nelle mani degli americani di Alcoa: che conservano ancora i due più importanti siti produttivi rimasti, Fusina e Portovesme appunto. Della fabbrica sarda già conoscete la sorte: chiusa, i forni sono fermi. Della fabbrica veneta di Fusina si è parlato di meno, e la notizia è che è stata chiusa anch’essa, almeno per quanto riguarda gli smelter. Mettendo assieme la perdita determinata dalla scomparsa dei due impianti, possiamo immaginare che la metallurgia dell’alluminio primario in Italia stia andando incontro all’estinzione. Quelli di Alcoa dichiarano circa Portovesme che “….Alcoa manterrà comunque per tutto il 2013 l’impianto in condizione di essere riavviato….”; una operazione, il mantenimento in quiescenza dei forni, che deve avere utilità discutibile vista l’aria di smobilitazione che pare di percepire nella totalità delle attività italiane dell’azienda. Possiamo almeno sperare che gli impianti di laminazione in Veneto sopravvivano per un po di tempo.

Se Atene piange, Sparta non ride: le cose non stanno andando bene neanche all’estero in tema di alluminio primario. Per gli inglesi in particolare, si mette veramente male: due impianti su tre dediti alla riduzione di alluminio da bauxite hanno chiuso i battenti. Segnala la stampa specializzata che: “…The industry’s two largest smelters, in Anglesey and Lynemouth, closed in 2009 and 2012 respectively, leaving just one primary smelter in Lochaber, Scotland….”. Gli inglesi hanno una lunga storia di deindustrializzazione alle spalle, almeno dall’era della Thatcher: ma la perdita dei due più importanti impianti del Regno Unito non è cosa da poco. Posto che le residue attività scozzesi sono di taglia minore, anche la metallurgia inglese dell’alluminio è a rischio di estinzione. Si noti che ad andare persi sono stati due impianti per niente scadenti: Anglesey Aluminium, integrato ad una centrale nucleare vicina; ed Alcan Lynemouth, Inghilterra nord orientale, dotato di una sua propria centrale elettrica a carbone rifornita sia dalle vicine miniere che via mare. In particolare il secondo impianto si può considerare uno dei più evoluti del mondo: smelter capaci di rifacimento del rivestimento senza arresti, elevatissima efficienza energetica, integrazione con una centrale a carbone e pronto accesso al trasporto marittimo. Questo gioiello di fabbrica, probabile somma di tutti i desiderata dell’industria metallurgica moderna, ha chiuso per sempre i battenti nel 2012.

La metallurgia francese dell’allumino primario è assai accentrata e si sta ponendo anch’essa il problema di adattarsi ad un contesto economico via via più difficile. In particolare per il più produttivo impianto di Dunkerque – 273.000 t/anno di capacità, più di tutta la capacità italiana del bel tempo che fu – sono in discussione interventi importanti: “…Rio Tinto’s 25-year contract with French utility EDF (EDF.PA) expires at the end of 2016, its electricity bill – which adds up to 23 percent of production costs – could rise as much as 80 percent from 2017, as contract prices catch up. But Rio Tinto is investing heavily to improve efficiency. Plant director Colin McGibbon told Reuters the firm’s main challenge is to avoid this increase….”. I costi elettrici in Francia salgono, e saliranno sempre più velocemente nei prossimi anni: una cosa che minaccia da vicino il primo consumatore elettrico francese, che è proprio costituito dagli smelter per alluminio operati da Rio Tinto. La politica francese di incentivo ai consumatori elettrici più avidi ha evitato per ora chiusure precipitose del genere osservato in Inghilterra, ma non potrà durare in eterno: e d’altronde non sarebbe affatto facile per il gestore resistere ad un incremento della bolletta elettrica dell’80%. Comprensibile la richiesta di ulteriori agevolazioni avanzata nel corso dei negoziati, a patto naturalmente di voler dire chi pagherà la differenza: differenza non piccola, se teniamo presente che l’impianto per alluminio di Dunkerque assorbe da solo una potenza continuativa di 485 MW. Niente di buono all’orizzonte.

I forni dedicati all’elettrolisi dei sali fusi di alluminio riescono usualmente a fornire 1 kg di metallo a prezzo di 14,5 – 15,5 kWh di energia elettrica. Le fabbriche dotate di migliori prestazioni arrivano a realizzare la riduzione degli ossidi impiegandone poco meno di 13 kWh/kg, almeno stando all’enciclopedia. L’interesse ormai molto diffuso per il riciclaggio dell’alluminio nasce proprio da considerazioni energetiche: il recupero del rottame fornisce metallo pronto all’uso a fronte di una spesa in energia che è appena il 5% di quella richiesta per ottenere equivalenti quantità di alluminio primario. Posto che i costi elettrici sembrano essere la principale preoccupazione per gli operatori del settore, vale la pena verificare a quanto ammontino in alcune nazioni europee: specialmente quelle grandi e/o dotate di elevate capacità di produzione di alluminio.

costi energia elettrica nazioni europee

Costi elettrici per le utenze industriali, €/kWh. Fonte: Eurostat.

Il dato fornito per via grafica da Eurostat qualcosa lo racconta: i costi elettrici sono in crescita da un decennio, e non parliamo di millesimi. Si tratta di un incremento generalizzato, pur con i dovuti distinguo. I prezzi della grafica sono quelli riferiti alle medie utenze industriali, senza tasse. In pratica, l’Italia fa sempre peggio di tutti: a sorpresa però le differenze si stanno assottigliando, almeno rispetto ad alcuni competitori. Gli inglesi hanno visto un marcato incremento dei prezzi dell’energia elettrica, al punto da trovarsi ormai vicini alla vetta della classifica: il fenomeno ha qualcosa da spartire con le recenti crisi del gas. Nazioni come Polonia e Norvegia, pur offrendo forniture a prezzi più bassi, sperimentano una volatilità considerevole. Da buoni ultimi i francesi, che offrono ancora condizioni vantaggiose alle utenze elettriche industriali: forse non per molto, a giudicare dalle notizie preoccupate circa le prossime revisioni dei contratti per Rio Tinto. Per completare il giudizio sulla situazione della metallurgia dell’alluminio occorre però un altro dato: il prezzo di vendita del metallo, desumibile dalla banca dati di Index Mundi.

quotazioni alluminio sui mercati

Prezzo di vendita dell’alluminio, migliaia di €/t. Fonte: Index Mundi.

Il prezzo spuntato dal metallo sui mercati internazionali ci racconta anch’esso qualcosa. Tendenzialmente, questo genere di commodity segue le quotazioni delle fonti di energia: da esse dipende per la propria fabbricazione. E questo è vero per l’alluminio almeno fino a qualche anno fa: negli ultimi tempi però, a fronte di prezzi dei combustibili stabilmente alti, la quotazione dell’alluminio ha preso a declinare in maniera visibile. Ad oggi meno di 1,4 €/kg, ed in rapida discesa. Ora i casi sono due: o i costi elettrici cominciano a scendere, ed in fretta, oppure rischiamo di veder chiudere moltissimi altri impianti per la produzione di alluminio primario. Non è così importante sapere quali sconti ottenga sulla fornitura elettrica una grande fabbrica di questo tipo, e nemmeno se disponga di benefici fiscali: quando si associano una tendenza all’incremento dei costi ed una alla diminuzione del valore della produzione, entrambe rapide, la conclusione non può essere altro che una montagna di perdite economiche. Alcoa, pur beneficiando in Sardegna di congrui incentivi sulla bolletta, ha dovuto abbandonare il campo; e d’altronde nemmeno gli organizzatissimi impianti inglesi hanno saputo resistere a questa brutta situazione.

Ma cosa è realmente accaduto al mondo dell’alluminio? Come hanno fatto fabbriche talora così valide e moderne a scomparire? E perché nazioni che scommettevano sull’alluminio alla fine degli anni ’90 oggi abbandonano frettolosamente il comparto? Qualche idea al riguardo la possiamo ottenere tramite il Servizio Geologico statunitense. Negli anni 1999 – 2000, la capacità produttiva di alluminio primario nel mondo assommava a 25 – 26 milioni di t/anno; a dominare il panorama erano ancora Usa e Russia, e la Cina era da poco riuscita a fare capolino tra i produttori di rilievo. Nel 2012, sempre secondo USGS, ci siamo ritrovati una capacità produttiva di ben 56,4 milioni di t/anno: più che raddoppiata dunque, e per quasi metà costituita dalla capacità cinese. Come dire: a parte qualche trasformazione minore – essenzialmente incrementi tra gli altri Paesi emergenti – nell’arco di un decennio i cinesi hanno realizzato nuovi impianti per la produzione di alluminio primario equivalenti all’intera capacità globale esistente prima del loro ingresso su questo mercato. Carbone, costi elettrici molto bassi, legislazione permissiva, costo del lavoro modesto, politiche di sostegno da parte dei governi: gli ingredienti c’erano tutti, e la miracolosa crescita cinese si è palesata anche nella metallurgia dell’alluminio. Ovviamente questa miracolosa crescita, in apparenza ancora non interrotta, ha deciso e deciderà molto delle sorti degli impianti europei.

Ed eccoci di nuovo in Italia, con i suoi smelter in dismissione e le file di lavoratori in cassa integrazione. Le procedure di infrazione della UE per avere concesso elettricità sottocosto all’impianto di Portovesme le conosciamo bene; abbiamo smesso di preoccuparcene quando la fabbrica si è fermata, e questa non è esattamente una soluzione brillante al problema. Le comunità locali in Sardegna continuano a cercare qualche via per mantenere viva la produzione di alluminio, tanto importante in una terra di emigrazione e di difficoltà economiche. Altre tensioni si sviluppano ora attorno al complementare impianto Eurallumina, che fino al 2009 preparava ossidi di alluminio utilizzati anche a Portovesme; la proprietà cerca di ottenere qualche facilitazione circa la gestione del bacino per gli scarti di lavorazione. Occorrerebbe in pratica dissequestrare e rendere operativo il bacino per i fanghi rossi, già oggetto di aspre contese. Come dire: se volete lavorare, accetterete un po di rifiuti. Accetteremo in Sardegna rifiuti addizionali, e magari stipendi modesti e condizioni di lavoro non proprio salubri; ma tutto questo risolverà il problema? In questi giorni circola la notizia dell’uscita di Alcoa dall’indice Dow Jones, dopo decenni di prospera permanenza: il settore dell’alluminio è in difficoltà nel mondo intero, ed i corsi azionari sono li a ricordarcelo. In Italia abbiamo scommesso spesso in passato su cavalli malati o zoppi: ricordiamoci di questi errori per il futuro che verrà.

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9 risposte a L’alluminio degli altri

  1. Mauro R ha detto:

    Complimenti per questo tuo lavoro (considerarlo post mi sembra decisamente riduttivo).
    Il mercato tutt’intero soffre in condizioni di domanda interna scarsa, di esportazioni lente (condizionate da innumerevoli fattori, tra cui l’euro ma questa è un’altra storia) e di costi per l’energia sempre più ingombranti.
    Ma in questo clima di depressione soffrono di più i settori, passami il termine, “poco solidi”, poco strutturati, poco radicati di un Paese e senza dubbio l’alluminio ne è un esempio (vedi l’iniziale e seppur breve esaustivo excursus storico del settore in Italia e di come è stato “con forza” implementato nel Paese).
    A presto.

  2. Pingback: Energia, l’argomento più convincente | Energia & Motori

  3. UnUomoInCammino ha detto:

    Sarebbe interessante capire quale quota della produzione viene impiegata nei contenitori USA&getta dei quali, intuisco, solo una piccola parte viene riciclata.

  4. Pingback: Europa ed energia: fuori le idee o le industrie scappano via! | L'energisauro

  5. fausto ha detto:

    “…Il riciclo dovrebbe soccombere in favore del RIUSO…”
    Vanno bene insieme. Nessuno dei due da solo risolve davvero. Io però spenderei anche qualche parolina sulla scelta dei materiali: a volte è inappropriata. I compositi sono terribili.

  6. UnUomoInCammino ha detto:

    Allo spacchettamento del gas sabato è arrivata anche la carta igienica ricavata dal tetrapak.
    Oh, finalmente una carta igienica in carta riciclata! ho detto.
    Invece ho saputo che…. si trattava di carta igienica ricavata da Tetrapak, penso uno dei più mefistofelici compositi.
    Siamo al delirio completo.
    Io penso che siano molto nocive questa credenze su riciclaggio e relativi prodotti, perché permette di diffondere la mentalità che, ad esempio, il Tetrapak possa essere riciclato e quindi si possa continuare ad usarlo

    • fausto ha detto:

      Usarlo puoi. Voglio vedere poi dove va a finire quel simpatico assemblaggio di plastica, cartone ed alluminio. La discarica è l’unica destinazione prudente, e si noti che è un mezzo dramma per una roba che a tutti gli effetti è quasi impossibile da riutilizzare.

      Ad essere onesti esiste una azienda che è in grado di riciclarlo recuperando i materiali di base: ma la difficoltà resta quella di dividere questo materiale brigoso da tutto il resto. Si fa solo in alcune realtà, è una esperienza pionieristica tutta in salita. Per adesso dobbiamo accontentarci di risultati mediocri: l’unica tattica sarebbe usarne il meno possibile.

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