Prova ad andare in pensione, se ti riesce

Spesa pensionistica troppo alta? Forse, sicuramente distribuita in maniera discutibile. Le prestazioni sociali totali nel 2014 ammontavano a 372 miliardi di euro, a fronte di 767,5 miliardi di uscite correnti totali; spesa pubblica globale ormai a 826 miliardi, si veda il Rapporto annuale Istat al capitolo 1. In effetti ci stiamo giocando su questa categoria di spesa – previdenza e un pochino di assistenza – qualcosa come il 45% delle uscite; a fronte di contributi sociali raccolti per 216,4 miliardi di euro. Che vuol dire che una quota della restante fiscalità viene utilizzata per coprire spese di assistenza e magari anche disavanzi delle gestioni pensionistiche in perdita, un fatto probabilmente frequente anche fuori dai confini nazionali.

A chi importa? A me no, e a voi nemmeno. Un italiano qualsiasi vuol semplicemente sapere se e come potrà accedere ad una pensione, e a fronte di quali spese e sforzi sostenuti durante la vita lavorativa. La pensione che vorrei, e quella che mi è concessa: tutto qui. Le norme come sono cambiate negli anni? Tra i vari, serviamoci di uno stringato riassunto ad opera della cassa INPGI per scoprire che “….Fino al 31.12.1995 la pensione di anzianità si conseguiva con 35 anni di contribuzione (420 contributi mensili) a prescindere dall’età anagrafica. La Legge 8/8/1995 n. 335 e successive modificazioni ed integrazioni, aveva introdotto anche per le pensioni di anzianità un’età minima che, fino alla data del 31/12/2007, era pari a 57 anni; prescindevano dall’età coloro che avevano maturato 40 anni di contribuzione….”. Prima del terremoto anni ’90, 35 anni di lavoro con contratti in regola permettevano l’accesso ad una pensione di anzianità.

Adesso le cose vanno diversamente: possiamo informarci tramite INPS, che tra l’altro ha anche incorporato le gestioni relative alle pensioni dei dipendenti pubblici. La pensione di anzianità di un tempo non esiste più a livello nominale, sostituita da tempo da criteri di uscita che richiedono di raggiungere determinate quote somma tra età anagrafiche ed età contributive. Allo stato, i criteri segnalati da INPS sono variabili: 96 – 97 anni di somma età / contribuzione, più differimenti di 12 – 18 mesi per accedere alla pensione. Ci sono anche penalizzazioni economiche. Si tenga a mente che le uscite con criterio di anzianità + età sono ad esaurimento già dal 2011, posto che la legge Fornero impone di abbandonare questi criteri a favore di una pensione “anticipata” che consideri solo gli anni di contributi versati.

La pensione “anticipata”: i requisiti INPS indicano più o meno 41 – 43 anni di contributi richiesti, a seconda del sesso, dell’età di prima contribuzione e delle annate di uscita dal lavoro. Si noti la scelta del nome: se parli di anzianità descrivi una persona che ha sudato per anni una meritata pensione, se utilizzi l’etichetta di “anticipata” invece trasmetti l’idea secondo cui una persona che lavora da quattro decenni e va in pensione sta rubando qualcosa. Governare non so, ma a raccontarcele sono davvero bravi vero? Ad ogni modo, nell’orizzonte prevedibile stiamo parlando come detto di questi 41 – 43 anni di lavoro in regola per accedere ad una pensione che abbia qualche relazione con i versamenti effettuati. Per chi non riesce, ci sarà la pensione di vecchiaia – penalizzante a livello economico. Si suppone comunque che, nel sistema contributivo, un lavoratore normale debba andare in pensione in ragione dei contributi versati: i trattamenti per vecchiaia dovrebbero essere una eccezione e non la regola, almeno in teoria.

Avete presente quanti sono i lavoratori in Italia? Li censisce Istat, osservando le posizioni in regola di qualsiasi natura. Vi rinfresco la memoria: negli ultimi quindici anni abbiamo avuto più o meno 21,5 – 23 milioni di occupati in Italia. Questa è la banda di oscillazione, grossomodo. Adesso dovremmo starcene attorno ai 22 – 22,5 milioni. Quanti sono gli italiani residenti oggi? Cercate in giro da soli, più o meno troverete cifre che oscillano attorno ai 60 – 61,5 milioni di persone; sono stime soggette a variazioni ed anomalie. Nella pratica potremmo sperare di avere messo al lavoro in regola più o meno il 36,7% della popolazione residente – forse lievemente ottimistico, ma questa era la stima Istat per il 2014. La speranza di vita? Oggi orbitiamo attorno ad 83 anni, con le note differenze tra uomini e donne. Ora, se non erro 0,367 · 83 = 30,461.

Trent’anni. In media, stanti la popolazione, la speranza di vita media ed il tasso di occupazione, ogni italiano può lavorare in regola per trent’anni; e probabilmente nell’immediato questo dato è destinato come minimo a non migliorare. Se questa è la situazione consolidata da 10 o 15 anni, come giudicate l’idea di pretendere 43 anni di contribuzione per concedere una pensione “anticipata”? A decidere quanti siano i posti di lavoro disponibili è la leva fiscale: più tasse mettiamo sullo stipendio dei salariati, meno saranno i posti di lavoro disponibili. In Italia vige il divieto di lavorare, specie in regola; chi di voi ha mai letto il cedolino di una busta paga questa cosa la sa benissimo. Ma se lavorare non possiamo perché dovremmo versare contributi? E soprattutto, come dovremmo riuscirci? Trent’anni di lavoro a testa in media. Mandatelo a dire al prossimo luminare che vuole riscrivere le norme sulle pensioni. Quelli sono, trenta, e dobbiamo farceli bastare: se li facciano bastare anche loro. Oppure smettano di reprimere il lavoro, se preferiscono una alternativa interessante.

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6 risposte a Prova ad andare in pensione, se ti riesce

  1. sesto rasi ha detto:

    Fausto qualcosa non mi torna, se puoi ragguagliami: che io sappia (e ovviamente con possibilità che questi parametri varino sotto il naso) dopo vent’anni di contributi diritto ad una pensione ce l’hai, anche se non prima di un età che adesso dovrebbe essere 67 anni (per quanto probabilmente men che proporzionale, cioè penalizzata, rispetto al calcolo di contributi fatto per chi ha maturato un periodo “pieno”, cioè quelli a cui ti riferivi)

    • fausto ha detto:

      Il problema è quello lì: se non metti assieme i contributi che ti chiedono, devi accontentarti della pensione di vecchiaia. E ci vai a 66 / 70 anni, a seconda dei casi. Stupidamente non ho collegato la pagina relativa con i requisiti:

      http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=5742

      Adnkronos segnalava pochi mesi fa che “…L’importo medio delle pensioni di vecchiaia in essere è di 609 euro mensili, mentre quelle di anzianità hanno un valore medio di 1.473 euro mensili. La pensione di vecchiaia media ha un valore mensile del 42% rispetto a quella di anzianità, una differenza dovuta all’anzianità contributiva molto più bassa delle pensioni di vecchiaia. Emerge dal Bilancio sociale dell’Inps in corso di presentazione a Roma….”

      Se l’obiettivo resta quello di una pensione dignitosa ottenuta con sforzi ragionevoli, decisamente questi signori insistono ad alzare un po troppo l’asticella.

  2. Michele ha detto:

    disanima impietosa. Mi piacerebbe fare due conti sui tempi di esaurimento delle attuali pensioni contributive per estinzione dei loro proprietari perché a quel punto bisognerà ripensare tutto l’attuae welfare basato sulle pensioni dei nonni

  3. ijk_ijk ha detto:

    Non che centri molto ma, perchè ai laureati è concesso riscattare, a pagamento, gli anni di studio universitari ed ai diplomati no? Il riscatto dei diplomi potrebbe dare un bel introito all’inps.

    • fausto ha detto:

      Il riscatto della laurea serviva un tempo a fornire qualche incentivo a laurearsi. A livello economico in genere i riscatti precoci sono stati poco convenienti per l’ente pensionistico. Oggigiorno probabilmente si gioca sui costi – alti – per eliminare questa via di fuga.

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